Evasione fiscale una malapianta? Serve un coraggioso piano industriale che…

Il mio primo contatto con il mondo imprenditoriale risale al lontano 1968 [frequentavo l’ultimo anno dell’istituto tecnico commerciale ed era in vigore ancora l’IGE e la Vanoni (parlo della denuncia dei redditi e non della cantante)].

Da allora ad oggi ho conosciuto ogni tipo di contribuente (professionisti, ditte individuali, amministratori di società, di consorzi, di cooperative e loro soci, dipendenti pubblici e di aziende non statali, grossi e piccoli artigiani, dettaglianti, ambulanti, agricoltori, vivaisti, e anche qualche prostituta camuffata da massaggiatrice, ecc.) e mai, dico mai, ho trovato qualcuno che abbia provato piacere nell’assolvere al proprio dovere di contribuente.

Ciò non vuol dire che nel cittadino italiano sia innata la poca propensione a fare il proprio dovere nei confronti dell’erario e vi dico il perché.

IN PREMESSA DICHIARO CHE SONO ASSOLUTAMENTE CONTRARIO AD OGNI E QUALUNQUE TIPO DI EVASIONE perché evasione porta evasione, lavoro nero porta lavoro nero e così via.

Con questo articolo, però, intendo mettere sotto i riflettori le ragioni per le quali (a mio avviso) l’evasione in senso lato, pur essendo criticata a destra e a manca, nasce, cresce e si sviluppa copiosamente e chiunque parla e sparla di combatterla, se non se ne rimuovono le cause, parla a vanvera.

Quando nel 1973 venne alla luce la riforma fiscale fu data ampia pubblicità da parte della pubblica amministrazione dell’apertura di una nuova pagina circa il rapporto tra il fisco e contribuente, che doveva basarsi sulla fiducia reciproca e nella massima trasparenza.

Mai bugia fu più menzognera.

Ancora oggi vediamo calpestato lo statuto del contribuente e l’esosità di questo sistema fiscale burocratico, arrogante e farraginoso, costituisce “l’umus” che ingrassa a dismisura la malapianta dell’evasione.

Se si annaffia e si concima la gramigna la colpa non è dell’erbaccia se non la si riesce ad estirparla.

Si evade perché il fisco pretende oltre ogni logica misura.

E’ vero che tutti dobbiamo pagare in base alla propria capacità contributiva, ma non è credibile un fisco che, con disposizioni alquanto discutibili, a volte pretende imposte esagerate su redditi inesistenti.

Un esempio fra i tanti – l’IRAP.

Un tempo era in vigore l’ILOR nella misura del 16,20% del reddito imponibile.

Fu dichiarata illegittima perché troppo alta e quindi abolita e in sua sostituzione venne introdotta l’IRAP nella misura del 4 e rotti%.

I più esultarono.

URRA’!!!!!! gridarono le aziende.

Ci furono fuochi d’artificio e balli e canti.

Si uccisero agnelli, le cui teneri carni rosolate furono assaporate con brindisi a base di “primitivo salentino”. Alcuni avevano preparato con le interiora i gustosissimi “gnimmarieddi” trangugiati con diversi fiaschi di “negramaro”.

La differenza tra le due aliquote era significativa (quasi 11 punti di risparmio), ma, pur essendo lontani dalle festività pasquali, ci fu ugualmente la sorpresa –

AVEVANO ABBASSATO L’ALIQUOTA, MA, di contro, AUMENTATO LA BASE IMPONIBILE!!!!!!

Appena percepito il pericolo i glutei si contrassero, ma era già troppo tardi.

In quel periodo, ricordo come fosse oggi, le farmacie vendettero quantità industriali di “vasellina”.

Attualmente l’IRAP è in vigore e il ricordo di quella violenza carnale è ancora vivo in chi l’ha subita.

Oggi più che mai è riscontrabile la grande differenza che c’è tra i criteri di determinazione dell’utile d’esercizio ante imposte e il reddito imponibile fiscale.

Il codice civile e i principi contabili obbligano ad accantonare somme per prevenire rischi o perdite future, però ammesse dal legislatore fiscale in misura irrisoria, oltre che altri costi per legge ritenuti “fiscalmente indeducibili” con la conseguenza che aumenta la base su cui calcolare le aliquote della tassazione.

Diceva “la bonanima” del mio bisnonno “ogni petra aza pareti” (ogni pietra contribuisce a far alzare il muro) e così che alza oggi e alza domani, dal 1973 ad oggi ci ritroviamo con una muraglia di imposte, tasse, bolli, una tantum e balzelli vari che quella cinese la si può classificare tra le “nanomuraglia”.

Nel mio immaginario ho classificato l’evasione in 4 macro classi:

  1. Criminalità
  2. Grande evasione
  3. Evasione da necessità
  4. Evasione da sopravvivenza.
  • Le prime due classi rappresentano una vera piaga sociale, che condizionano le politiche degli stati direttamente o indirettamente e portano fuori dall’Italia i proventi della evasione o della elusione.

Aziende che si spostano e si mascherano di “eurovestizione” oltre quelle che abbandonano il territorio nazionale, ma che poi mantengono la clientela italiana facendo una sleale concorrenza.

Grosse aziende internazionali che operano senza pagare un centesimo allo stato italiano.

Ritengo che su queste due tipologie dovrebbe concentrare ogni sforzo la pubblica amministrazione.

  • Il terzo gruppo, a mio avviso, dovrebbe essere lasciato in pace perché è quello che è maggiormente preso di mira e si trova ad affrontare quotidianamente, oltre ai problemi del proprio lavoro, anche quelli derivanti dalla burocrazia e obblighi amministrativi-fiscali previsti da leggi molte volte emanate per far quadrare i bilanci dello stato.

Prevedere delle entrate statali solo per far quadrare i conti e quanto di più deleterio si possa fare ai danni di una nazione e la conseguenza la vediamo ogni giorno nell’aumento del debito pubblico.

Ogni anno leggiamo vistosi cambiamenti nella legge di bilancio a cui corrispondono entrate previsionali.

Ciò che era stato legiferato l’anno prima viene modificato senza vergona alcuna.

Io non sono mai riuscito a capire quali sono i punti di riferimento per tali previsioni.

Ciò che è certo è che il debito pubblico aumenta e ciò ha una sola spiegazione e cioè che le entrate sono state inferiori alle spese!!!!!

Metaforicamente parlando, io paragono i componenti di questo gruppo (me compreso) ai macachi dal “deretano rosso”.

Per quanto alcuni di loro non emettono lo scontrino o la fattura, oppure i dopolavoristi svolgono attività in nero e fuori dalle regole dell’ingaggio, o taluni professori fanno lezioni private in assoluta evasione fiscale e alcuni dipendenti dell’agenzia delle entrate prestano consulenza abusiva, in realtà tutto ciò, pur essendo classificato dai codici come evasione, è solo l’eliminazione di qualche passaggio perchè i proventi in questione vengono spesi sul territorio e inesorabilmente prima o poi cadranno nella rete del fisco nei passaggi successivi (il macellaio andrà a comprare il carburante su cui grava l’iva, l’idraulico andrà a comprare i generi alimentari e così via). Anzi, mi sento di dire che in qualche modo, il denaro speso sul territorio aumenta i consumi del territorio stesso, permettendo la soddisfazione di qualche bisogno in più, mentre le imposte pagate vengono prelevate e spesso vanno a finire in un buco nero.

Mi direte “se tutti ragionassero in questo modo come si pagano le spese per gli ospedali, le scuole ecc?”

Ho già espresso il mio pensiero: “controllare a spada tratta i componenti delle prime due classi”.

C’è da sottolineare il fatto che fare evasione è come fare all’amore: “BISOGNA ESSERE IN DUE”.

Si parla tanto di incentivare il contribuente con premi sulla dichiarazione dei redditi, ma come si può immaginare che ci sia più convenienza in una premialità da usufruire in futuro, quando il risparmio tra il prezzo pagato senza fattura e quello con fattura è immediato e di maggiore valore (senza contare il maggior costo richiesto dal consulente per analizzare tutti i documenti per compilare la dichiarazione dei redditi).

Questo gruppo, che rappresenta la classe media della società, che ha risentito e risente maggiormente della crisi, se evade lo fa per mandare il figlio all’università, oppure realizzare una piccola casa ecc. non certo per mandare i proventi fuori dall’Italia.

  • Rimane l’ultimo gruppo a cui appartengono tutti quei contribuenti che per forza maggiore sono costretti ad utilizzare la leva dell’evasione per poter sopravvivere (imprese che diversamente non potrebbero stare sul mercato – è abbastanza comprensibile che il titolare di una micro/PMI venderebbe l’anima al diavolo per salvare la propria azienda, così un professionista ecc.).

Fanno parte di questo gruppo anche coloro che per soddisfare i bisogni di prima necessità si adattano alle soluzioni più disparate per lo più in regime di evasione fiscale e contributiva, ma a questi nostri fratelli più sfortunati dovrebbe porre maggiore attenzione lo stato.

Concludo dicendo che per combattere seriamente l’evasione fiscale a qualunque livello, in primis occorre un coraggioso piano industriale nazionale che porti sviluppo e incentivi i consumi e una contemporanea, seria, significativa riduzione della “asfissiante” pressione fiscale.

Solo così le aziende avranno interesse a aumentare gli investimenti e la forza lavoro (non bastano sgravi contributivi o contributi a fondo perduto se non c’è domanda).

Ultima battuta – porto all’attenzione che si parla poco dell’incidenza dei contributi INPS a percentuale che i commercianti e gli artigiani sono tenuti a pagare oltre la soglia del minimale.

Per quanto non è considerata una tassazione, avendo come finalità la determinazione della futura pensione, di fatto si riducono di circa il 24% i redditi annuali che già subiscono le “vertiginose” aliquote progressive dell’IRPEF.

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22 Dicembre 2019
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