Clausole di salvaguardia, perché ne siamo prigionieri (oltre che dell’aumento dell’IVA)?

Le clausole di salvaguardia: cosa sono e perché sono importanti. Andiamo ad approfondire motivazioni e rischi.

Clausole di salvaguardia: se ne parla tanto, in pochi le conoscono ma potrebbero diventare un incubo. Cosa sono, perché sono nate e a cosa servono: un problema da affrontare, con coraggio, da subito.

di Vasco Del Papa

Nell’estate del 2011 l’Italia perdeva una battaglia ideologico finanziaria con l’U.E., rappresentata dall’Asse franco tedesco.

Merkel&Sarcozy volevano che  i  primi 200 miliardi di euro assegnati  alla Grecia  per evitare il default fossero distribuiti nell’Unione in base al peso del PIL di ogni Paese.  Il governo Italiano avrebbe preferito una più equa ripartizione in base all’esposizione delle banche di ogni paese verso il debito greco. Da ricordare che i titoli di stato greci nella pancia di banche franco tedesche assommava  a 200 miliardi di euro: per quelle italiane non più di 20.

La linea dei più forti passò e l’Italia fece la sua parte, contribuendo all’inizio del salvataggio greco mettendosi però, a sua volta,  in serio pericolo.

L’impatto di quella spesa imprevista fu infatti molto pesante sui conti pubblici del Bel Paese: c’era il  fortissimo rischio che l’Italia non sarebbe riuscita a mantenere gli impegni sul rapporto deficit /PIL, assunti nella legge di Bilancio (2011)

Il Governo Berlusconi, Tremonti ministro delle Finanze, dovette obtorto collo “assicurare” all’UE che avrebbe mantenuto nei limiti i saldi del bilancio pubblico. Vedevano così la luce le prime clausole di salvaguardia made in italy.

Con esse lo Stato si impegnava, in caso di sforamento del deficit rispetto alla legge di Bilancio approvata dall’UE, a far scattare automaticamente aumenti delle imposte per rientrare nei parametri previsti.

Le imposte più adatte a far funzionare questo meccanismo sono le imposte indirette, come l’Iva e le accise, che, colpendo i trasferimenti dei beni e i consumi, in caso di aumento garantiscono un gettito immediato e cospicuo, proprio in linea con il loro obiettivo di garanzia.

Quindi le clausole di salvaguardia servono a blindare le manovre finanziarie, garantendo l’Unione: in caso di mancato rispetto del deficit, la copertura avviene automaticamente aumentando l’IVA e le accise.

Pertanto se l’anno successivo il rendiconto sul rapporto deficit/pil non è allineato alla previsione i casi sono due: o scatta l’aumento dell’Iva oppure si devono sterilizzare le clausole. Come?

Nella finanziaria successiva lo stato deve reperire risorse, normalmente altre tasse o imposte e raramente tagli di spesa.

Per questo motivo da diversi anni, indipendentemente dall’orientamento politico dei governi, le leggi di bilancio per l’anno successivo sono sistematicamente gravate dall’handicap delle clausole da sterilizzare o, meglio, da disinnescare perché si tratta di vere e proprie bombe ad orologeria.

Non da ultimo è  possibile blindare le leggi di Bilancio inserendo clausole di salvaguardia non solo per l’anno successivo ma anche per gli anni a venire, depotenziando ex ante l’efficacia delle manovre finanziarie future.

Peraltro il rapporto deficit Pil, su cui sostanzialmente si valuta se devono scattare o meno le clausole e quindi gli aumenti dell’Iva, non è sotto il completo controllo dello Stato. Se ad esempio, a causa di scarsa o nulla crescita economica, il Pil non cresce, ecco che salta la previsione dell’incidenza del deficit (e scatta la necessità di inserire nuove clausole) : questo accade anche se lo Stato ha rispettato al centesimo gli impegni di spesa pubblica.

Il paradosso delle clausole di salvaguardia è che anche con un comportamento Statale virtuoso, si rischia  di appesantire una fase recessiva con l’aumento delle imposte.

Ne vale la pena?

Non sarebbe il caso di aprire un serio e motivato dibattito, in seno al Parlamento Europeo almeno perché queste clausole possano scattare solo se uno Stato aumenta la spesa ( e quindi il deficit), non se diminuisce  – o non aumenta – il PIL?

 

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