Carige, tempi più lunghi per l’aumento. Incognita flottante sul ritorno in Borsa

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Fino ad ora ai commissari sono state concesse due proroghe: una prima di tre mesi e poi un’altra di sei mesi. La Bce deve decidere se prorogare ancora di un mese oppure due mesi, per consentire il buon fine dell’aumento ma anche per dare tempo ai commissari di redigere la relazione di fine commissariamento

di Laura Serafini

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3′ di lettura

Si allungano i tempi per l’aumento di capitale da 700 milioni di Carige. La Consob potrebbe iniziare oggi a entrare nel merito dell’esame del prospetto, ma l’interlocuzione con la gestione commissariale è ancora aperta perchè alcuni documenti sarebbero ancora in fase di consegna in questi giorni. Il via libera, se tutto va bene, potrebbe arrivare in settimana o al più tardi lunedì.

L’incertezza sull’iter approvativo, ma in verità anche i tempi tecnici necessari per mandare a buon fine l’operazione di aumento, stanno portando la vigilanza europea a prendere tempo sulla proroga della gestione commissariale, che scade il 31 dicembre. Fino ad ora ai commissari sono state concesse due proroghe: una prima di tre mesi e poi un’altra di sei mesi.

La Bce deve decidere se prorogare ancora di un mese oppure due mesi, per consentire il buon fine dell’aumento ma anche per dare tempo ai commissari di redigere la relazione di fine commissariamento. Se tutto procede in tempi rapidi un mese potrebbe bastare.

Ma, nel frattempo, all’orizzonte si sta profilando un problema di non facile soluzione sul quale è acceso il faro della Consob e sul quale stanno ragionando anche i nuovi azionisti che entreranno con l’aumento: e cioè il Fondo interbancario di tutela dei depositi – nello schema volontario e nella parte obbligatoria – e Cassa centrale banca. Il rischio è che una volta ricapitalizzata la banca i suoi titoli non possano essa riammessi alle negoziazioni in Borsa perchè il capitale flottante, ovvero quello posseduto dai piccoli azionisti, è troppo limitato.

La prospettiva è tutt’altro che remota perchè sarà sufficiente che la famiglia Malacalza – che, come noto, non ha votato a favore dell’aumento di capitale a settembre – non sottoscriva la propria quota diluendosi sotto il 5 per cento. A quel punto il Fitd si troverebbe a possedere una partecipazione pari all’83% circa del capitale, Ccb all’8,3% e sul mercato resterebbe una percentuale inferiore al 10 per cento. Il conteggio preciso si avrà sono a fine aumento, ma Borsa italiana avrebbe già fatto sapere che sotto quella soglia non riammetterà i titoli alle negoziazioni in piazza Affari.

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28 Novembre 2019
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